Odio online, come difendersi
Bruno Mazzurana spiega cosa accade dopo una denuncia per odio online e perché conservare le prove è fondamentale per tutelarsi.
Bruno Mazzurana, responsabile della Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica di Bolzano della Polizia Postale.
Bruno Mazzurana è responsabile della Sezione Operativa per la Sicurezza Cibernetica di Bolzano della Polizia Postale. Ogni giorno, insieme al suo team, si occupa di reati commessi attraverso la rete: truffe, minacce, diffusione illecita di immagini, cyberbullismo e anche odio online. Da una parte ci sono le persone colpite, spesso spaventate, ferite o disorientate. Dall’altra ci sono gli autori dei commenti, che non sempre si rendono conto che anche dietro uno schermo le parole possono avere conseguenze reali, personali e penali.
Mazzurana conosce bene questa distanza tra la percezione di chi scrive e l’impatto su chi riceve. Anche se ha a che fare quotidianamente con questi casi, racconta che il suo lavoro non lo lascia mai indifferente. «I casi particolari te li porti a casa, ti restano dentro. Ci sono cose davvero terribili. Tra i giovani si vede spesso come si insultino a vicenda in modo molto grave e pesante. La situazione diventa davvero grave, soprattutto quando è opera di interi gruppi, non solo di un singolo autore, ma di molti. Questo è sempre il grande problema per noi: come possiamo proteggerli?».
Quando si parla di odio in rete, spesso l’intervento arriva quando il danno è già stato fatto: il commento è stato pubblicato, letto, condiviso, magari salvato da altri utenti. Per questo, accanto all’attività investigativa, la Polizia Postale punta molto sulla prevenzione. Gli incontri nelle scuole sono una parte importante di questo lavoro: servono a spiegare fin da giovani che un comportamento illegale online resta illegale anche se avviene in una chat, su un social network o attraverso un profilo che sembra anonimo.
«Un reato in rete è un reato proprio come se avvenisse per strada», sottolinea Mazzurana. Spesso, però, questa consapevolezza arriva solo durante le indagini. Chi scrive un commento d’odio pensa talvolta di non poter essere individuato, o immagina che un profilo falso basti a cancellare le proprie responsabilità. Ma non è così. Attraverso indirizzi IP, dati di accesso e altri elementi informatici, gli investigatori riescono nella maggior parte dei casi a ricostruire il percorso digitale e a identificare chi si nasconde dietro un messaggio.
Una volta ottenuta l’autorizzazione dell’autorità giudiziaria, la Polizia può procedere anche con perquisizioni e sequestri di dispositivi informatici. «Già questo è di per sé spiacevole. A prescindere dal fatto che alla fine qualcuno venga effettivamente punito, quando al mattino bussano alla porta e arrivano quattro o cinque agenti a perquisire un edificio, non è mai una cosa piacevole, né per gli investigatori né per le persone che vengono perquisite», spiega Mazzurana.
Le conseguenze possono variare: a seconda della gravità dei fatti, si può andare da sanzioni economiche fino a pene più severe nei casi più gravi. Ma, prima ancora della sanzione, c’è un aspetto che Mazzurana invita a non sottovalutare: la responsabilità personale. Ogni commento lascia una traccia. Ogni parola pubblicata può diventare parte di un procedimento. E ogni azione online può avere effetti molto concreti nella vita reale.
Alle persone vittime di odio online, il consiglio è chiaro: non cancellare nulla. Per paura, vergogna o desiderio di liberarsi subito da un contenuto doloroso, molte persone eliminano messaggi, chat o commenti. È comprensibile, ma può rendere molto più difficile il lavoro degli investigatori. «Spesso vengono da noi persone che sono state vittime di incitamento all’odio o di altri reati e, purtroppo, hanno cancellato tutte le tracce. Per noi è molto difficile ricostruire i fatti. Senza immagini, senza cronologie delle chat, senza SMS non possiamo procedere».
Meglio quindi conservare il materiale, fare screenshot chiari, annotare data, ora, piattaforma e nome del profilo, e rivolgersi alle forze dell’ordine. Non è necessario recarsi appositamente a Bolzano: la denuncia può essere presentata presso qualsiasi stazione di polizia o dei carabinieri della provincia. Il messaggio è semplice: chi subisce odio online non deve restare solo. Chiedere aiuto è il primo passo per tutelarsi e per contribuire a rendere la rete uno spazio più sicuro e rispettoso per tutti.